Greco e latino nel 2026: le competenze 'morte' che fanno la differenza oggi

    Come le materie classiche sviluppano il pensiero critico ricercato dalle aziende

    Nel pieno della rivoluzione digitale, mentre l'intelligenza artificiale ridisegna il mercato del lavoro e le aziende cercano disperatamente profili tech, c'è un paradosso che merita attenzione: il pensiero analitico rimane la competenza più ricercata dai datori di lavoro. E se ti dicessimo che quella capacità si forma proprio dove meno te lo aspetti? Già, non solo ma in gran parte tra le declinazioni del greco e le subordinate latine.

    Sembra un controsenso parlare di lingue morte quando l'inglese tecnico è imprescindibile e il coding diventa alfabetizzazione di base. Eppure, mentre l'intelligenza artificiale può sostituire molte mansioni ripetitive, le abilità più umane come creatività, empatia e pensiero critico tornano protagoniste. E queste competenze, curiosamente, trovano una palestra d'eccellenza proprio nelle aule dove ancora si traducono Platone e Cicerone.

     

    1. Perché il pensiero critico è la competenza regina del 2026
    2. Cosa c'entrano greco e latino con il recruiting
    3. Consigli pratici per l'HR: come riconoscere e valorizzare queste competenze
    4. Conclusioni

     

    1. Perché il pensiero critico è la competenza regina del 2026

    Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum certifica che il pensiero analitico guida la classifica delle competenze più richieste, seguito da resilienza, flessibilità e leadership. Non è una novità passeggera: questa competenza occupa il podio dal 2016, attraversando indenne tre edizioni del report. Il che significa una cosa sola: non è un trend, è una necessità strutturale.

    Il pensiero critico non è solo analisi logica, ma anche intuizione, riflessione laterale e capacità di mettere in discussione i presupposti. Competenze che servono quando le decisioni aziendali coinvolgono variabili incerte e dati incompleti – cioè sempre, se vogliamo essere onesti.

    Nella nostra esperienza di Headhunting, i profili che eccellono in contesti di incertezza raramente sono quelli con il curriculum più "prevedibile". Spesso hanno background formativi più articolati, percorsi non lineari, una curiositas che li spinge oltre il perimetro della loro mansione.

     

    2. Cosa c'entrano greco e latino con il recruiting

    2.1 Il cervello si allena come un muscolo

    «Nell'era digitale, la formazione informatica sarà sempre più importante, qualunque percorso professionale si scelga. Meglio partire dallo studio del latino e del greco: sono metodologie di decifrazione. In questo modo si allena il cervello», sostiene Giorgio Ventre, direttore del dipartimento di Ingegneria elettrica all'Università Federico II di Napoli. Non è romanticismo accademico: è neuroplasticità.

    La complessità delle grammatiche classiche, la costruzione articolata delle frasi e il processo di traduzione stimolano il ragionamento critico e la capacità di risolvere problemi complessi. Tradurre una versione di Tucidide non è tanto diverso dal debuggare un codice: devi capire la logica interna del sistema, riconoscere pattern ricorrenti, testare ipotesi fino a trovare quella che tiene.

    È un esercizio di analisi e sintesi che affina le capacità di interpretare testi complessi, riconoscere argomentazioni e formulare riflessioni critiche: competenze spendibili ovunque, dal project management all'analisi dati.

     

    2.2 L'arte di decifrare sistemi complessi

    C'è un'altra ragione, meno ovvia: greco e latino sono lingue flessive, dove il significato emerge dalle relazioni tra le parole, non dalla loro posizione. Devi tenere a mente più variabili contemporaneamente, costruire mappe mentali, ragionare per ipotesi. Lo studio del latino conferisce spessore storico e critico allo studio dell'italiano e, per estensione, a qualsiasi sistema di comunicazione complesso.

    Come Head Hunter, abbiamo notato che i profili con formazione classica tendono a eccellere in alcune soft skill specifiche: capacità di sintesi, visione d'insieme, pazienza analitica. Non è questione di "cultura generale", ma proprio di forma mentis. Hanno imparato che i problemi complessi richiedono tempo, stratificazione, rigore.

    I candidati con background umanistico mostrano spesso un'attitudine alla complessità che manca altrove. Non cercano la soluzione veloce. Sanno che prima bisogna capire il contesto, le relazioni tra le parti, le implicazioni non dette. È un vantaggio competitivo enorme, soprattutto in ruoli strategici o di coordinamento.

    In un mondo che premia la velocità, saper rallentare per pensare meglio è diventato paradossalmente un superpotere.

     

     

    3. Consigli pratici per l'HR: come riconoscere e valorizzare queste competenze


    3.1 Segnali da cogliere in fase di screening

    Non basta leggere "Liceo Classico" nel CV. Il punto è capire se quella formazione ha lasciato traccia nel modo di ragionare. Alcuni indicatori:

    • Linguaggio strutturato: i candidati con formazione classica tendono a usare periodi complessi ma chiari, con subordinate ben bilanciate. Non è pedanteria: è abitudine a organizzare il pensiero gerarchicamente.
    • Curiosità interdisciplinare: spesso hanno interessi trasversali, leggono saggi non strettamente legati al loro settore, fanno riferimenti inaspettati. Quella pepaideía (formazione completa) di cui parlava Platone.
    • Capacità di contestualizzare: non danno risposte secche. Tendono a inquadrare, a dare coordinate storiche o concettuali prima di entrare nel merito.

    Attenzione: non stiamo dicendo che solo i classicisti abbiano queste qualità. Ma quando le trovi in un profilo con quel background, c'è una probabilità alta che siano competenze solide, non improvvisate.

     

    3.2 Come testare il pensiero critico nei colloqui

    Dimentica le domande trabocchetto. Se vuoi valutare il pensiero critico, serve altro:

    1. Presenta un problema ambiguo: niente casi con "la soluzione giusta". Dai informazioni parziali, contraddittorie. Osserva come gestisce l'incertezza. I migliori faranno domande, chiederanno di chiarire i vincoli, formuleranno più ipotesi.
    2. Chiedi di criticare qualcosa: il proprio settore, un trend del momento, perfino l'azienda per cui si candidano. Chi sa pensare criticamente non ha paura di mettere in discussione. Anzi, è il suo mestiere.
    3. Valuta la capacità di ammettere ignoranza: il "non lo so" seguito da "ma ragionerei così" vale più di dieci risposte sicure ma superficiali. È il dubbio socratico fatto metodo.

    3.3 Oltre il recruiting

    Un altro suggerimento: investi in upskilling per le tue risorse, ma non trascurare le competenze trasversali. È più facile insegnare un software a chi sa pensare che insegnare a pensare a chi sa solo usare un software.

     

    4. Conclusioni

    Greco e latino "morti"? Dipende da cosa intendiamo per vitalità. Se parliamo di conversazioni in agora o al foro, certo. Ma se parliamo di formare menti capaci di navigare complessità, smontare sofismi, riconoscere fallacie logiche – tutte cose che servono eccome quando devi valutare una strategia, gestire un team, negoziare un accordo – allora quelle lingue sono vivissime.

    Il futuro dell'intelligenza artificiale non è tecnologico, ma umano. E forse il primo passo per salvaguardare quell'umanità è ricordarci che il pensiero è un'arte antica, che si coltiva con pazienza. Anche tra le pagine di libri scritti duemila anni fa.

    Per un HR che voglia costruire team resilienti e adattivi, considerare questi profili non è nostalgia: è strategia. Non stiamo cercando "umanisti", stiamo cercando persone che sanno pensare.

     

    Reverse è una realtà in continua evoluzione: come un gruppo di scienziati e ricercatori che giorno dopo giorno creano qualcosa di nuovo per migliorare e semplificare il mondo dell’Head Hunting e l’attività di chi si occupa di HR.
    Alessandro Raguseo, CEO